Francesca Gruppi

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El gato

In principio era l'idea di una solitudine meno degradante. Tornavo da una settimana in Grecia con il mio compagno, Emiliano, e altri amici assidui. L'ufficio sarebbe rimasto chiuso ancora alcuni giorni, per questo avevo deciso di ripartire per Medinaceli, dove una coppia di amici da alcuni anni aveva avviato un progetto di agricoltura sostenibile, educazione ambientale e vita comunitaria. Era stato proprio Dario, qualche mese prima, a dirmi che in estate avrebbero organizzato delle residenze aperte a chi fosse in cerca di concentrazione e ispirazione per il proprio lavoro, qualunque lavoro fosse. E così decisi di partire. Ancora non mi ero risolta a cominciare il libro della tesi di dottorato, da consegnare a fine anno, e pensai che fosse un'opportunità. Pensai anche che presto Emiliano sarebbe partito per la Germania e per qualche motivo desideravo allontanarmi dalla città in cui sarei rimasta sola. Ma questo capii subito che era un errore e una causa di dolore. Arrivai di sera, dopo un viaggio lungo in cui non avevo fatto altro che rimuginare. Dario venne a prendermi alla fermata dell'autobus, mi abbracciò, salimmo sul furgone e in pochi minuti eravamo a Medina. Mi mostrò la casa in cui avrei vissuto con gli altri residenti, una stanza frugale con letti a castello, in cui avrei dormito sola le prime notti ma che presto avrei condiviso con altri. La cucina comune, fatta per preparare pasti in grandi quantità. Il salone in cui, scoprii, avremmo lavorato tutti assieme. Sentii una piccola delusione, perché avevo sperato in qualcosa di più confortevole, di più isolato. Una camera tutta mia in cui dormire, uno spazio in cui avrei potuto lavorare in solitudine. Ma mi dissi subito che era stato un pensiero assurdo, che naturalmente questo posto era fatto per una vita più semplice, lontana dai confort cittadini, in comune. E mi andò bene. C'è un gattino, mi disse Dario, lo abbiamo trovato per strada e raccolto. Sapeva di farmi contenta. Incontrai Sara e Irene, di Madrid, attiviste e dottorande in ecologia politica, e la sera parlammo subito di ciò che stava accadendo in Grecia, del memorandum, di Angela Merkel, di come tutto sembrasse una forma di colonialismo miserabile e stracciona – ma questo certo non lo seppi dire così – di Pablo Iglesias e del suo narcisismo, di Ada Colau e dei suoi discorsi struggenti, ancorati alla vita, della Catalogna e del referendum. Pensai che in questo luogo avrei imparato molto. A un certo punto Irene sparì e tornò con una gattino piccolissimo, una gatta, nera con minuscole chiazze gialle sul dorso e sul mento. Si aggrappava al suo petto e mi parve un po' malandata, ma non dissi nulla, probabilmente era solo assopita.

Il giorno dopo scesi nel salone con i libri e il computer. Non c'era ancora nessuno e mi misi a leggere il Manifesto. Guardai di fronte a me e vidi la gattina sul divano, che apriva a poco a poco gli occhi. Quella mattina la tenni vicino a me, sul tavolo. Restava ferma e a volte mi guardava con occhi enormi e tondi, in qualche modo tristi. Seppi che da alcuni giorni si muoveva con fatica, zoppicando, e che forse doveva essere caduta ed essersi ferita a una zampa o a una costola, perché ogni volta che veniva sollevata miagolava e sembrava soffrire. Presto mi accorsi che nella sua ciotola c'era un pezzo di carne troppo grande per lei, un avanzo di qualche cena umana. Provai a suggerire che forse avrebbe avuto bisogno di scatolette per gatti. Que? Potillas. Risate. Potillas? Que no! Dissi anche che probabilmente un gatto così piccolo avrebbe avuto bisogno di una visita dal veterinario, ma mi resi conti di avere superato un limite. Quel giorno Dario sarebbe andato in furgone fino ad Almazàn per una spesa che doveva durare tutta la settimana e decisi di accompagnarlo e comprare dentifricio, deodorante e, sì, cibo per gatti. Tornai al carrello con un pacco di bustine e un sacco di croccantini. Dario mi guardò storto. Gli chiesi se lasciare i croccantini e comprare solo le buste potesse essere una buona mediazione, per non disturbare gli equilibri della comunità. Mi fece capire di sì. Pensai ma certo, chi sono io per imporre il mio stile di vita così artificiale a persone che hanno scelto una qualche forma di autosussistenza, che certamente sanno quello che fanno e si dispongono a produrre da sé ciò che io sono abituata a trovare già pronto? Sarebbe andato tutto bene, avrei imparato, sarei diventata migliore. Di ritorno al paese cominciava a cadere la pioggia. Trovammo gli altri a cena al ristorante della famiglia di Lucia, la compagna di Dario. Lasciammo la spesa in macchina e ci unimmo a loro. A tavola si parlavano due o tre lingue. Miki e Janka, due volontari, lui austriaco e lei polacca, mi dissero in inglese che certamente io, da filosofa, avrei saputo spiegare loro qualcosa su ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo, ciò che è percepito e ciò che si può chiamare reale. Un lunedì sera in un paesello montano della Castilla due giovani stranieri mi chiedevano di risolvere il dilemma di Berkley. Mi sentii bene, disponibile e allegra, e provai a pronunciare qualche parola su Husserl, anche se Husserl era il cruccio e il nemico di quei giorni, la roccia dura e insensibile contro cui lottavo senza speranza e senza gioia. Quella sera Espora – spora, così si chiamava la gattina in un inno alle gioie e ai segreti dell'agricoltura – non mangiò il cibo che le avevo comprato.

La mattina del martedì non riuscii a concludere nulla. Le persone andavano e venivano dal salone, ogni riga che leggevo sfumava e si scioglieva in una pozzanghera indistinta. Espora non si muoveva e non toccava cibo. Cercava angoli riparati, si sforzava di scomparire, di non essere vista. E nessuno la vedeva. I miei nervi cominciarono a contrarsi e voler uscire dalla pelle, la testa mi pulsava e mi accorsi che il nano maligno dell'ansia era seduto proprio lì accanto a me, pronto a saltarmi in bocca. Di minuto in minuto cominciai a pensare che ero disposta ad aggredire qualcuno, a rovesciare una rabbia convulsa su chiunque avessi incontrato, su tutte quelle anime aride infarcite di un'ideologia insensata. Pensai che, se doveva essere guerra fra la piccolo-borghese inurbata e questo gruppo di neoruralisti, guerra sarebbe stata. Che follia, approssimarsi alla natura per raggiungere una forma più reazionaria di specismo, un antropocentrismo decrescitista completamente arcaico! Che senso poteva mai avere tutto questo? Forse che disprezzare gli animali era un viatico per avvicinarsi ai campesinos del Chiapas, ai minatori peruviani, alle masse sofferenti del mondo? Quale genere di essere umano può tollerare la presenza di una creatura che lentamente si spegne, si allontana dalla vita, senza fare nulla? Perché la natura dovrebbe avere leggi buone per chi non cammina diritto su due zampe, ma venire piegata senz'altro alla prima bronchite, o peritonite, o ferita da taglio di chiunque appartenga alla razza eletta? Perché mai il fato, i cili della vita, della morte e delle stagioni, dovrebbero valere per gli uni e non per gli altri? Che cosa trovano queste persone, fuggite in cerca di un'esistenza più autentica, di un modello di sviluppo più sostenibile, di una prossimità con la terra e con i suoi frutti, di uno stile di vita lontano dai compromessi col capitale, col consumo, con lo sfruttamento, quando guardano dentro se stesse, se non la barbarie e l'orrore? Io so – pensavo – che ridere dell'orsa, del cane, dell'agnello, del gatto, della loro sorte spesso infame intrecciata alla nostra, del dolore che infliggiamo loro (ridere per sopportarlo?), dei diritti che a loro neghiamo, tutto ciò non ci avvicina di più all'uomo. Che è il contrario. Che separare con una voragine qualitativa e ontologica l'umano dal non umano, porre il primo in alto, il secondo in basso, al suo servizio e soggetto al suo arbitrio, si basa sul principio pericoloso, ambiguo e mobile della distinzione dei degni dagli indegni, una soglia che prima o poi a qualcuno viene in mente di tracciare dentro l'umano, tra chi è più uomo e chi lo è di meno. Di certo qui non avrei imparato nulla, proprio nulla. Un abisso culturale mi separava da queste persone, un abisso culturale che era anche l'abisso in cui la sinistra, lo capivo ora, sarebbe annegata inevitabilmente, incapace di colmarlo. Dalla mia sponda, invalicabile, guardavo quell'altra, altrettanto invalicabile, e pensavo non abbiamo idea di dove vogliamo andare, un futuro vago ci sovrasta e altro mondo non è possibile. Dovevo fuggire, tornare al più presto alla civiltà, là dove l'industria alimentare si ingrassa e affama, le case farmaceutiche trionfano e ammalano, dove i Paesi con economie forti succhiano il sangue a destra e a manca e depredano il pianeta intero, umiliano e pseudo-colonizzano i propri vicini di casa, distruggono ambienti e comunità, ingannano i lavoratori e i consumatori, là dove la gente inquina, lavora, si aliena, piange e grida senza sapere perché, compra Whiskas e porta i gatti dal veterinario, nei secoli dei secoli. San Francesco non cammina più nelle campagne, non vi ha mai camminato, può solo farsi strada fra le automobili e i discount, sul duro asfalto. Io però dovevo fare qualcosa. Non mi importava nulla di ferire queste “sensibilità”, nulla di incrinare gli equilibri di questa comunità. Dovevo agire, a costo di andarmene e non tornare mai più.

Nel pomeriggio mi decisi a parlare e ci fu una piccola riunione. Mi resi conto che Irene e Marion, una ragazza francese dal viso quieto e grazioso, erano dalla mia parte e in qualche modo anche Lucia. Avremmo portato Espora dal veterinario. Ma avvertivo ancora perplessità, resistenze, forse questioni di soldi. La sera Dario mi chiese se eravamo sicuri, poi sembrò accettare la scelta e andò via. Tutta la casa era addormentata. Solo la luce della cucina restava accesa e, mentre cercavo di avvicinare la gatta alla ciotola, accarezzandola, un insetto uscì da un angolo della stanza correndo in circolo per il pavimento, finché si infilò in un buco, un buco nero, scrostato e orribile, un buco vuoto di profondità e terrore. Raccolsi Espora, la misi sul cuscino e la portai in camera mia correndo per le scale senza fiato. Si rintanò in un angolino sotto il letto, su un lembo di coperta che pendeva dal materasso. Restò raggomitolata, quasi sembrava non respirare, e mi dissi che probabilmente sarebbe morta nella notte. Per molti minuti rimasi immobile nel letto, cosciente che lei era lì sotto, nel buio, finché mi addormentai. Mi svegliai di colpo, ancora non albeggiava. Mi inchiodai al materasso, piena di angoscia. Avevo disperato bisogno di andare al bagno, ma sapevo che se mi fossi alzata non avrei resistito a guardare sotto il letto. E se l'avessi trovata lì morta? Che cosa avrei potuto fare? Che cosa avrei fatto da sola, senza aiuto, mentre tutti in quella casa ostile e perduta dormivano senza alcuna pietà? Rimasi così, aggrappata alle lenzuola, trattenendo il respiro, minacciata dalla morte. Finché non ce la feci più, scesi la scaletta di metallo, andai in bagno, e al mio ritorno accesi la luce e guardai di sotto. Espora era ferma nella posizione di prima. La toccai, respirava. Tornai a letto e mi addormentai. Qualche ora dopo la sentii muoversi e vidi che usciva da sotto il materasso, si avvicinava alla mia valigia e si accucciava tra i miei vestiti, succhiandoli e facendo le fusa. Respirai.

La mattina del mercoledì Irene e Lucia chiamarono il veterinario. Ci diede appuntamento alle sette di sera. Verso l'ora di pranzo arrivò Antonio, un tipo bello, silenzioso e scostante, di cui non capii niente. Chiese del gatto. Ahora come potillas? Sorrise enigmatico. Verso sera arrivò Raquel, una residente che aveva evitato di farsi vedere fino a quel momento e che, appena messo piede nel salone, si rivolse a Dario con tono sarcastico: “portate il gatto dal dottore?”. Poi soffocò una risata beffarda di denti storti e grigi. Andarono in cucina e si misero a discutere sottovoce ma animatamente, capii che chiedeva di parlare con Lucia e subito dopo erano fuori casa. Mandai un messaggio a Dario scrivendo che avrei pagato la visita con i miei soldi. Quel giorno la gattina mangiò e alle sei e mezza, con Lucia, Marion e una coppia di vicini, la portammo a Siguenza. Possono essere vermi, un'infiammazione intestinale, o può essere qualcosa di più grave, disse il veterinario. Leucemia, panleucopedia, i virus tipici dei gatti di strada. Le fece due iniezioni, le diede un antibatterico, ci lasciò una siringa di sali minerali, una scatoletta di cibo per cuccioli e raccomandò di nutrirla con cibo specifico secco e umido per alcuni giorni, e vedere se migliorava. Pagammo trenta euro. A casa Espora mangiò, cominciò a muoversi un poco. Cenammo fuori, al bar della plaça major, con birra e tartine. In tarda mattinata era arrivato a Medina Francesco, un amico di Torino dei tempi della militanza universitaria, per preparare uno spettacolo di danza e artigianato con Eleonora, la sua compagna. Più tardi era comparsa Marcela, di Rio de Janeiro. Bevendo cañas al tavolino del bar parlai con lei e Sara di Dilma, delle manifestazioni dei quartieri ricchi delle grandi città brasiliane, di ciò che Sara aveva visto in Guatemala, Nicaragua e Messico, pensai a Eduardo Galeano, a Roberto Bolaño che – scoprii – anche Sara amava, a quanto mi dannava tutto ciò che capivo e non capivo. Decisi che eravamo simili.

Più tardi, Marion stava di fronte a me, sulla porta della terrazza. Una notte dolce era già scesa. Mi guardava e anche i suoi occhi erano dolci e mi raccontò di quando per le strade del pueblo trovarono i gattini. Erano due, di cinque giorni appena, perduti sotto un davanzale. La gente del paese diceva che la gatta che li aveva partoriti era una “malamadre”, una di quelle gatte che abbandonano i propri piccoli, e alzava le spalle, nel gesto fatalista così radicato nel corpo e nell'anima di chi vive da queste parti. Marion prese i gattini e per due settimane li tenne con sé, in camera sua, dando loro il latte col biberon giorno e notte. Espora fin dal primo momento cercava aiuto, voleva vivere, si guardava intorno, ma l'altra gattina non reagiva, non lottava. E una sera, disse Marion, morì nelle mie mani.

La mattina del giovedì mi svegliai piena di angoscia. Tutto il giorno mi sentii sola, distante, in uno stato di abbandono assoluto, e non riuscii a lavorare. Espora stava meglio, si muoveva, giocava, mangiava e di nuovo sentii che quella creatura era di quanto più vicino a me avessi trovato in questo posto. Cercai di non soffocarla di attenzioni, ma con garbo mi presi cura di lei, controllando che avesse cibo e acqua, che fosse nei dintorni, che facesse i suoi bisogni. Gradualmente stava guarendo. Nel tardo pomeriggio approfittai di un passaggio di Dario al paese basso per cercarle il cibo che il veterinario ci aveva consigliato. Sul furgone quasi non parlammo, poi Dario parcheggiò e gli dissi di non aspettarmi al ritorno dalla sua visita medica, che se non mi avesse trovata significava che mi ero incamminata a piedi. Andai al supermercato a destra, a quello sulla sinistra, all'alimentari, dal farmacista. Nessuno vendeva croccantini per gatti piccoli. E il gesto tornava sempre uguale. Spalle strette. No se. Chiesi indicazioni ai ragazzi di un'officina e imboccai il sentiero per la città vecchia, una striscia di terra marrone sulla collina gialla, da cui a ogni passo potevo vedere il profilo del campanile, dell'arco, delle case medioevali farsi un po' più nitido. Camminare sola sulla stradina ripida mi fece bene, col sudore se ne andò qualcosa di pesante, e quando fui in cima mi sembrò di respirare meglio. Arrivata a casa diedi a Espora una bustina del cibo che avevamo ancora in dispensa e pensai che non sarebbe accaduto nulla di male, che anche così sarebbe tornata in forze, che il paese era pieno di gatti che se la cavavano senz'altro per conto loro, senza l'ausilio di prodotti industriali, che chissà quante zozzerie dovevano esserci lì dentro e che, perché no, magari anche i veterinari quando offrono consigli stanno facendo un favore a qualcuno.

Dopo poco tornò anche Dario, con Lucia, e decidemmo che quella sera avremmo preparato una cena italiana assieme a Eleonora e Francesco. Ci mettemmo a schiacciare noci e ascoltare musica. Verso le dieci era pronto e ci sedemmo tutti attorno al tavolo. Il cibo era buono, i volti famigliari e provai una specie di conforto, una delicatezza che avvolgeva tutta la stanza. Francesco prese la fisarmonica, Dario mi porse la chitarra e in un momento la vergogna di esibirmi davanti agli altri andò via. Bevevamo e suonavamo canzoni antifranchiste, cumbias, canti partigiani, anarchici, occitani. Le birre finivano, Dario stonava e sguaiava Todo Cambia e Gracias a la vida, Miki mi accompagnava con l'altra chitarra, Lucia, Sara e Irene, con i loro volti belli e diversi, senza trucco, si torcevano dalle risa e, accanto a noi, Espora dormiva su un cuscino. A poco a poco uno dopo l'altro andarono tutti a dormire, finché restammo Dario, Sara, Francesco e io seduti al buio, sulla terrazzina, ad ascoltare una tremenda trasmissione radiofonica spagnola di qualche anno fa, in cui un conduttore dalla voce assurdamente sensuale intervistava un Gino Paoli alla fine dei suoi giorni, delle sue facoltà di ragionamento e della sua lucidità. E mentre “El Jino” snocciolava ricordi, nomi e saggezza stantia in un crescendo parossistico e surreale, le birre si consumavano e così le sigarette, cominciammo a diventare volgari e terribilmente entusiasti, fino quando il momento non si trasformò in uno di quei momenti in cui ti pare di essere insensatamente innamorato delle persone che hai accanto, quelle che conosci bene, quelle che conosci meno, quelle che hai incontrato qui. Vorresti abbracciarle e baciarle tutte, farci l'amore in maniera orgiastica, affettuosa e per nulla adulterina, rispolverare le memorie di quando ci si è amati, perché ora quella distanza non c'è più e quel ragazzo accanto a te è proprio lo stesso che tanti anni fa passava le notti e i giorni nella tua camera e che per un momento avevi pensato fosse fatto per te e che certamente lo è, fatto per te, solo in un altro modo, per la vita. Prima di andare a letto lanciai un'occhiata al cuscino su cui Espora dormiva. Non era lì, ma certamente doveva essere in giro per la casa e non c'era nulla di cui preoccuparsi. A un certo punto della notte sognai che Francesco dormiva nel mio letto, abbracciato a me, finché non era più Francesco, ma Emiliano. La mattina mi alzai, con calma feci la doccia, mi vestii e scesi a fare colazione. Espora non c'era e in poco tempo ci rendemmo conto che era sparita.